Unione Europea: conviene uscire ora?

La crisi della Grecia ha portato alla luce tutti i limiti ed i problemi del progetto Unione Europea. E c’è chi pensa che un uscita sarebbe addirittura una valida soluzione. Però meglio sarebbe uscire ora, subito…

8 marzo 2010, ore 11:35
25 Commenti »

GREECE/

Qualche giorno fa ho ricevuto un’interessante email di un lettore che tutti conoscete col nickname Paolo41. L’oggetto è l’arcinota questione ellenica: .
Siccome ritengo l’argomento molto interessante e i attualità, ho deciso di postare (dietro autorizzazione di Paolo41) l’email ricevuta con una mia rapida risposta, lasciando poi carta bianca ai lettori per eventuali pareri oppure ragionamenti.
Non vi rubo altro tempo…


Pensieri sulla crisi greca, sull’ e sull’Italia

Come probabilmente avrai capito da alcuni miei precedenti interventi, sono personalmente molto scettico che un eventuale bailout della Grecia da parte dell’UE sia la soluzione migliore. Provo a spiegarmi:

1-la comunità europea, tenuta in piedi o, forse meglio dire in bilico, da una moneta unica, non ha niente di comune né dal punto di vista culturale né dal punto di vista industriale; anzi la recente crisi ha esasperato le diversità.

2-l’introduzione dell’euro ha introdotto alcuni vincoli e paletti che hanno favorito i paesi economicamente e finanziariamente più forti a scapito di quelli più deboli

3-l’estensione ai paesi dell’est-europa e ex-URSS, al di là delle motivazioni politiche, avevano lo scopo principale di favorire l’espansione commerciale della Germania a scapito dei paesi del sud-europa che, (già penalizzati da un punto di vista logistico), si sono trovati a dover affrontare, all’interno della comunità, la concorrenza di imprese con basso costo del lavoro e valute libere di fluttuare

4-il risultato sono state delocalizzazioni, chiusura di varie produzioni, perdite di posti di lavoro, aumento dell’import

5-infine si è aggiunto il costo di una struttura centrale EU burocratica e faraonica che legifera su questioni pressoché inutili, spesso limitando la libera concorrenza sempre con un occhio di favore per i paesi più forti.

Non possiamo negare che l’entrata dell’Italia nell’euro ha aiutato i governi di allora a gestire con una maggiore severità il bilancio statale, ma mi sembra un paradosso affermare che i nostri governi, a prescindere dal colore, siano diventati “virtuosi” (si fa per dire), perché c’erano i guardiani teutonici a controllarci.

Tornando al punto 1- da un punto di vista culturale, se non esisteva un minimo di univocità prima dell’introduzione dell’euro, con l’avvento della moneta unica e dovendo convivere sotto uno stesso tetto, il differenziale si è naturalmente inasprito rispetto a prima, quando ciascuno era libero di vivere in casa propria: i francesi hanno continuato ad avere sempre più puzza sotto il naso, i tedeschi e gli altri di origine teutonica continuano a considerare gli italiani “terroni e mafiosi” e gli spagnoli solo “terroni” (un giornalista tedesco stanziato in Italia, alcune sere fa, durante la trasmissione Miaeconomia di Sky ha “candidamente “ detto: mai un italiano alla banca centrale europea, riferendosi indirettamente a Draghi); gli inglesi considerano tutti gli europei come una “sottoclasse” e non si sa bene se facciano parte della comunità, gli unici un po’ europeisti sono, guarda caso, gli italiani perché hanno scarsa fiducia nei propri governanti (ancora una volta a prescindere dal colore) e a ruota seguono i greci. Per inciso gli americani considerano l’EU una mezza barzelletta e non hanno molta fiducia su una sua continuità.

Quando alla cultura si affianca la parte industriale si torna alla Germania “uber alles” (magari con qualche ragione), con la naturale invidia di Francia e UK e naturalmente prevale il nazionalismo industriale (guardare cosa è successo nel settore dell’auto) e i governi, direttamente o indirettamente, sostengono l’industria locale.
E’ quello che succedeva anche in Italia alcuni anni fa, dove alcune grandi aziende statali e private avevano la possibilità di confrontarsi a livello europeo; magari il sistema era, talvolta, corrotto, ma oggi non ci sono più aziende ed è rimasta invece una predisposizione alla corruzione. Dobbiamo purtroppo renderci conto che oggi, in Italia, non esistono aziende leaders in qualsivoglia tecnologia (anche solo a livello europeo): si salva l’ENI, fra le medie Ferrero e Campari, forse Tenaris, Atlantia è un’ anomalia, perché dovrebbe essere un’azienda statale, Finmeccanica è un mezzo rebus, Fiat deve ancor dimostrare di poter sopravvivere. Negli ultimi dieci/venti anni parecchie aziende italiane che avevano una valenza tecnologica sono state vendute ad altre aziende estere, la maggior parte sono state smantellate e la tecnologia è “desaperida” dall’Italia con decine di migliaia di posti di lavoro. Non siamo ancora a livello Grecia o Portogallo e, forse, nel complesso siamo un po’ meglio della Spagna, ma essendo rimaste in Italia pochissime tecnologie con un minimo di barrieramento a livello di prodotto e/o a livello di processo, continueremo a subire la concorrenza dei paesi a basso costo del lavoro con l’unica alternativa, per le aziende, di continuare a delocalizzare le attività produttive.

D’altra parte sembra irrealistico pensare che i consumatori greci (e quelli dei paesi sud-europei) cesseranno di comprare telefoni cellulari o televisori o qualsivoglia oggetto elettronico o sistemi di comunicazione o, per esempio, prodotti farmaceutici, cioè tutti quei prodotti che non fanno parte del loro sistema industriale ma che invece sono sempre più nel loro desiderata dei consumi o nelle loro necessità… e con cosa li pagheranno??? ..con l’olio d’oliva e con le entrate del turismo, sempre più concorrenziato ?? E’ facile immaginare che non riusciranno mai ad avere un avanzo primario positivo, a meno di grossi stravolgimenti sociali (ci stanno provando, ma il rischio che tutto si rivolga contro è elevatissimo).
Se questo è il quadro, vengo al punto perché non conviene il bailout né alla Grecia né …… agli altri paesi che potrebbero seguire a ruota. Credo che l’ interesse della Germania o della Francia a salvare le esposizioni che alcune banche hanno nei confronti della repubblica ellenica sia da mettere in parallelo all’interesse che tali nazioni, più forti industrialmente, hanno nel mantenere l’attuale status quo, perché i paesi più deboli sono ancora interessanti mercati di esportazione per le aziende tedesche e/o francesi e ancora per qualche anno conviene…spremerle, mantenendole nell’euro. Se la Grecia e con altri paesi, come l’Italia, decidessero di uscire e ritornare alle loro iniziali monete, la immediata conseguenza sarebbe una svalutazione di tali valute nei confronti del $, forse meno nei confronti dell’euro, ma subito dopo anche una svalutazione del debito e una ripresa concorrenziale delle esportazioni, una ripresa del turismo…aumenterebbero i costi dei prodotti importati e delle materie prime, le aziende dovranno recuperare in produttività, sarà necessario per un certo lasso di tempo ridurre i consumi superflui, andare meno in auto per ridurre le importazioni di petrolio, ma nel frattempo cadrebbero i paletti imposti alle nostre aziende che hanno ancora una minima possibilità di esportare, alle aziende alimentari, alle produzioni agricole, casearie etc, al turismo (importante parte del nostro Pil), si ridurrebbero le importazioni dai paesi cinesi e asiatici, bloccando quelle che arrivano in dumping senza gli attuali compromessi mistificatori delle agenzie EU, parecchie delle aziende locali ricomincerebbero a produrre localmente e a investire nuovamente nella ricerca e si creerebbe, nel medio termine, un giro virtuoso.

In teoria converrebbe anticipare i tempi fino che è ancora possibile, perché quando le nazioni più povere saranno del tutto spremute, Germania& comp si guarderanno bene da fare qualsiasi bailout. Oggi a loro conviene salvare la Grecia per evitare l’ sui  e altre nazioni che uscirebbero dall’euro causando grosse perdite di mercato alle aziende dell’Europa centrale.
D’altra parte che alternativa hanno la Grecia e a ruota i paesi , rimanendo nell’euro??? Cercheranno di ridurre il debito facendo enormi sacrifici sociali, aumenteranno la fiscalità sulle persone e sulle aziende, minando qualsiasi possibilità di sviluppo, anzi causando una ulteriore fuga delle attività produttive.
Non illudiamoci, inoltre, che una ripresa dell’economia trainata da altre nazioni ci prenda a rimorchio, perché i posti di lavoro persi e/o trasferiti in altri paesi non torneranno e non saranno più recuperati con conseguente inasprimento del contesto sociale (ne abbiamo avuti vari esempi in questi ultimi mesi).
I non saranno mai in grado di ridurre il loro debito perché, in questa situazione, non capaci di produrre un avanzo primario e saranno alla fine buttati fuori dall’euro. Se ci domandiamo perché la Svizzera non è neppure entrata nell’euro o perché l’UK, la Norvegia o la Svezia non abbandonano le loro valute cosi come le Asian countries o quelle dell’America latina non adottano una moneta comune o perché, paradossalmente, la Cina non intende rivalutare lo yuan, troviamo una risposta alle nostre domande: tutte vogliono difendere la propria industria nazionale.
L’euro ha invece creato un oligopolio di potere, limitato a Germania e Francia, e tanti paesi satelliti… tutti da sfruttare.

Non sarebbe quindi da escludere l’ipotesi che i nostri governanti e i responsabili della Confindustria e dei sindacati trovino il coraggio e l’
orgoglio di programmare una uscita graduale dall’euro, ammettendo gli errori commessi, ma con la speranza di poter fare ancora qualche tentativo prima di scivolare completamente nel , come si sta prefigurando per la…Grecia.

La mia rapida replica

Caro Paolo, la tua lettura della situazione è sicuramente dura ma non per questo non condivisibile.
Purtroppo l’Euro ha portato tanti problemi, buona parte dei quali riscontrabili oggi con l’arrivo della crisi greca, ma ha anche portato qualche cosa positiva.
In linea di massima la cosa di cui mi sento di accusare in modo esplicito chi ha voluto l’Euro è l’aver fatto le cose troppo in fretta e male.
E chi ci guarda da fuori, ha capito benissimo che questa è un fatto che non ha le basi solide che noi pensavamo di ritrovarci.
Però…. uscire ora?
Si, hai ragione, darebbe maggiore spazio di manovra ai governi, maggiore libertà (anche per le svalutazioni), ma anche maggiore instabilità e soprattutto maggiore perdita del potere di acquisto della nostra (rinata a qual punto) Lira.
E poi… come lo si gestirebbe lo “shock” da uscita? Non pensi che potrebbe arrivare un’ondata speculativa che tenderebbe a massacrare il mercato?
Secondo me l’uscita dall’Euro non è una cosa semplice. A questo punto, come dicevo qualche giorno fa in un post dedicato sulla necessità di rifare il patto di stabilità, questa crisi ci ha lasciato un grande messaggio: l’UE è stata generata in modo frettoloso. Ora bisogna cogliere la palla la balzo e generare un nuovo patto di stabilità. nuove regole, nuove norme, magari anche più elastiche. E perchè no, anche prevedere in modo dinamico la possibilità di uscire adll’UE al raggiungimento di particolari condizioni.


Questo in sintesi il succo del discorso. Ovviamente il vostro punto di vista è ben accetto…

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  1. ciao DT ,

    buon giorno

    ” Divide et impera ” , quanto mai attuale , attuabile e pericoloso …..

    Chissa’ quanti sarebbero pronti a coglierne l ‘ occasione

  2. giusto in un post di pochi giorni fa avevo risposto all’opinione di paolo esprimendo la mia opinione sull’argomento. ripropongo il commento anche perchè l’argomento mi interessa molto :D
    “@paolo41
    non credo sia possibile abbandonare l’euro e l’unione per paesi come l’Italia e Grecia, e questo non lo dico per convinzioni personali o motivi ideologici ma perché penso che questo si un passaggio troppo oneroso da sostenere sia per i costi che per i problemi di ordine finanziario che genererebbe (fuga di capitali, per esempio, in previsione di una svalutazione della nuova valuta nazionale con conseguente capacità da parte dello stato di rifinanziare il suo debito). Inoltre l’uscita dall’Europa comporterebbe l’esclusione da qualsiasi politica economica di respiro europeo. :roll:
    Il problema dell’UE come tempo fa a ricordato Dream è che a una coordinazione a livello economico non è seguito uno sviluppo di una volontà politica comune, e secondo è su questo che bisogna lavorare (opinione del tutto opinabile :D dato che è di uno studente del primo anno di economia!)”

  3. A mio avviso, la nascita della UE resta, nel profondo, misteriosa come, su un piano completamente diverso, il crollo improvviso dell’Unione Sovietica.

    Non dimentichiamo che il “pretesto” iniziale, per le masse, assolutamente retorico, era evitare altre guerre tra gli stati europei e quando entra il ballo la retorica…

    Dovremmo chiederci: a chi giova o ha giovato la UE?

    All’Europa tutta? Decisamente no!

    Alla Germania, che con la moneta unica ha evitato svalutazioni competitive da parte degli altri Stati Europei? Potrebbe essere, ma…la Germania è così potente a livello politico-internazionale? Non credo. E poi, perchè lasciare il marco per una valuta soggetta alle “debolezze” dei latini e, un domani, dei paesi dell’Est? Inoltre, non mi sembra che la Germania rida, mentre gli altri piangono.

    Agli Usa? Men che mai. E’evidente che l’euro è il più serio candidato a sotituire il dollaro come valuta di riferimento.

    Quanto all’Italia,l’euro (tenetevi) ha forse più vantaggi che svantaggi. E’ vero, i prezzi sono raddoppiati, per via di un effetto più psicologico che economico: il famoso mille lire un euro che (attenzione) la gente ha accettato (fatto su cui stanno tutt’ora indagando psicologi e sociologi). Ora però, con la crisi, il fenomeno sembra lentamente rientrare e poi c’è il discorso svalutazione. Chi aveva cento milioni in lire, con l’inflazione altissima, si ritrovava con il potere d’acquisto dimezzato nel giro di cinque anni, soprattutto se non avesse avuto la possibilità di accantonare gli interessi sui titoli di stato (ad esempio un pensionato con la minima che “integrava” con i proventi dei bot). Con la moneta forte, e un’ inflazione decennale media del 2%, il capitale mantiene di più il suo valore e i prezzi in situazioni di crisi (non necessariamente catastrofiche) possono anche diminiure.

    Quanto alla svalutazione, mi sembra evidente che questa è stata “l’oppio delle imprese italiane” insieme agli aiuti di stato indiscriminati. E’ proprio per questo che ora si ritrovano in difficoltà sul piano tecnologico rispetto a Francia e Germania (anche se io sono meno pessimista di Paolo41, qualcosa di buono riusciamo ancora a produrlo).

    Un’ ultima osservazione che, mi sembra, tutti abbiano trascurato. In Italia, esiste il problema del Mezzogiorno sottosviluppato (economicamente) rispetto al Nord. Ovvero, in un’Europa e due velocità noi siamo, per giunta, una nazione a due velocità.

  4. Prima dell’euro, noi (e, in misura minore, gli altri PIGS – Portogallo, Grecia, Spagna) eravamo il vero concorrente europeo dei tedeschi e dei francesi: grazie alle continue svalutazioni della Lira, i nostri prodotti toglievano mercato a tutti gli altri (e soprattutto a loro).
    Se, dunque, i consumi e gli investimenti interni ristagnano … le esportazioni possono essere il volano della crescita economica … esattamente come accade nel caso attuale della Cina: mantenendo la sua valuta a livelli molto bassi, è diventata il primo esportatore al mondo. La Cina, dunque, ha creato il suo miracolo economico grazie alle esportazioni, favorite da un cambio estremamente basso.
    Fino all’aggancio all’euro, questo è quanto facevamo anche noi (insieme agli altri paesi latini), e per quella via, registravamo tassi di crescita intorno al 3% l’anno … dopo è arrivato l’euro ed i nostri tassi di crescita sono crollati a (quasi) zero.
    Il meccanismo delle svalutazioni competitive si era consolidato in decenni di pratica continua: alle prime avvisaglie di crisi economica, le nostre autorità monetarie smettevano di difendere il cambio, la Lira cominciava ad indebolirsi e, attraverso le esportazioni, il motore economico della nazione riprendeva a girare a pieno ritmo.
    Certo, quelle svalutazioni “importavano” un po di inflazione (i prezzi del petrolio espresso in Lire aumentavano), ma tra i due mali (recessione o inflazione) era più importante crescere … anche a costo di un’inflazione maggiore.
    in che modo i tedeschi ed i francesi potevano “costringerci” a smettere di fargli quella feroce concorrenza che fino al 2000,ci aveva consentito di crescere a tassi più alti della media europea? Vincolandoci alla “loro moneta” (l’euro è figlio del marco tedesco) e, quindi, impedendoci di svalutare.
    Ci hanno anche fatto credere che ci accettavano a malincuore nell’euro … che dovevamo essere grati alla loro generosità (di accettare un paese con bilanci pubblici disastrati) se potevamo entrare in quel Club esclusivo.

  5. messo il ditino nella piaga. basta l’olio e il turismo? è questo sistema economico che non funziona, o meglio, ke funzia fin troppo bene per alcuni e ci porterà ad un bagno di sangue. in tutti i sensi.

  6. …È così che non ci sono più confini ma travasi tra debiti, deficit e default delle banche e degli Stati. L’esposizione della core Europe verso la Grecia è limitata. Ma l’esposizione della core Europe verso i Paesi che a stella la circondano è, contando i connessi derivati, pari ad alcuni «trilioni» (!) di euro….

    …Le colpe passate e i doveri attuali non sono certo uguali, da banca a banca e da Stato a Stato. In particolare, i doveri degli Stati in crisi sono e devono restare assoluti, ma ormai la responsabilità è di tutti. Rimossi ex ante i confini economici, non si possono più far valere ex post i confini politici. L’estensione della crisi è sistemica e la soluzione può essere solo politica….

    …Il nostro futuro non è infatti un destino ma una scelta….

    Il deficit più grave che abbiamo oggi in Europa è il deficit di ideali e di volontà. In «Alla ricerca del tempo perduto» si trova scritto che: «Il solo vero viaggio… è avere altri occhi». Non dobbiamo perdere altro tempo.

    Giulio Tremonti
    06 marzo 2010

    http://www.corriere.it/economia/10_marzo_06/tremonti-grecia-fondo-monetario_c2a71ffc-28f2-11df-a5a9-00144f02aabe.shtml

  7. @ alfio 2000
    @ gianfrige

    Non vorrei sembrare troppo “storico”, ma non credo che il tema UE (ex-CE, ex MEC) possa essere visto come fatto puramente politico-economico – soprattutto se relazionato alla Germania.
    Le origini dell’adesione tedesca alla futura CE sono radicate nella situazione della Germania del ‘46-’49: divisa in “zone”, soggetta ad amministrazione militare alleata e guidata dall’ex-separatista renano Adenauer. In quella Germania “occidentale” (“Trizone”: americana, inglese e francese) si crearono due “linee”: una, appunto, quella del “cancelliere degli alleati” (occidentali) Adenauer, che voleva un avvicinamento totale all’occidente (quindi: CECA, poi NATO etc.); l’altra (socialdemocratica) di Kurt Schumacher, che vedeva nella linea di Adenauer una definitiva cementazione della divisione tedesca e chiedeva per contro una neutralità centro-europea demilitarizzata.
    Vinse – come sappiamo – la linea di Adenauer: la scelta di una “capitale” come Bonn, a pochi chilometri dalla Francia (e dalla dittà natale di Adenauer – Colonia); la cancellazione del passato unitario tedesco (che era stato, di fatto, prussiano), sostituito con una nuova identità para-nazionale europeizzata, un’identità sostanzialmente etico-ideologica: il “tedesco” si riabilitava fondendosi in una nuova comunità, finalmente bella, buona, democratica e soprattutto occidentale.
    Non essendo stupido, Adenauer sapeva di dover rispettare le “conseguenze” – soprattutto politiche – della II Guerra Mondiale. Conseguenze che il primo segretario generale della NATO, Lord Ismay, ha poi condensato in una celebre definizione delle finalità dell’alleanza atlantica: “Tener gli Americani dentro, i Russi fuori, e i Tedeschi sotto”.
    In breve: con Adenauer i tedeschi decisero di sacrificare ogni aspirazione di sovranità politica in cambio di una sostanziale sovranità economica.
    Questo “patto” con i vicini europei (soprattutto francesi: non dimentichiamo de Gaulle!) è, a mio avviso, la base per capire l’evoluzione MEC > CE > UE. I governi tedeschi hanno continuato – e continuano – a puntare sull’Europa perché hanno paura di ciò che potrebbe avvenire qualora la Germania tornasse ad assere avvertita come “minaccia” – e non piú come “partner”. Diceva Franz Josef Strauß (credo a fine Anni ‘70): “Noi siamo dei nani politici, ma dei giganti economici”. E i politici tedeschi ne derivano il convincimento che fino a quando il “gigante economico” continuerà a pagare il conto piú grosso, lasciando contemporaneamente una quasi-leadership politica formale alla Francia, tutto resterà tranquillo.
    Se ne dovrebbero trarre, a mio avviso, due considerazioni:
    a) in quest’ottica i Paesi come Italia, Spagna e Grecia sono entità relativamente marginali: sono mercati, in qualche caso anche fonti d’acquisto e comunque sempre graditi luoghi di vacanza. Ma non sono strategici.
    b) i governi di Berlino faranno i salti mortali pur di tenere in piedi l’”immagine-Europa”. Nel momento in cui dovessero smettere di potersi/doversi sentire “europei”, i cittadini della Germania potrebbero infatti avvertire la tentazione di tornare ad essere veramente “tedeschi” nel senso nazionale del termine – e penso che questa sia un’eventualità che nessuno, a Berlino, vorrebbe trovarsi di fronte (anche perché – a quel punto – il governo rischierebbe di trovarsi a dover rispondere a molte domande poco gradevoli).
    Non credo invece ad una UE come strumento di un “colonialismo” economico-finanziario tedesco: penso anzi che con le sue risorse (soprattutto strutturali e tecnologiche) la Germania avebbe potuto ottenere di meglio e di piú operando da sola (come ha fatto il Giappone).
    Un problema, per la Germania, potrebbe però venire nel momento in cui il “carico” europeo, l’ipoteca comunitaria, dovesse cominciare ad erodere la sostanza stessa del sistema tedesco: vuoi per la necessità di eventuali ulteriori aumenti del carico fiscale, vuoi per quella di intervenire nuovamente a salvare banche tedesche impegolate in perdite speculative legate ad eventuali evoluzioni critiche dei Paesi del “Club Med” (Grecia, Italia, Spagna) o di altre regioni a rischio.
    Per quanto concerne infine l’eventuale recupero di competitività ottenibile con l’uscita dall’Euro (soprattutto per Italia e Spagna), non penso sia un discorso realistico. Poteva funzionare fino alla fine degli Anni ‘80 – ma dopo la caduta del Muro di Berlino la delocalizzazione verso Est (soprattutto: Polonia, Ungheria, Cechia, Slovacchia e Romania) ha avuto due grandi motori: il primo, di cui si parla tanto, era il gradiente salariale. Il secondo, però, ancora piú importante, era il gradiente tributario.
    Quando un’impresa tedesca si sentiva chiedere da Volkswagen, Mercedes, Ford etc. (nel corso degli Anni ‘90) riduzioni del 20-30%, non poteva piú rimediare – come aveva fatto sino ad allora – passando a fornitori piú “convenienti”, in Italia, Spagna o Portogallo. L’unica soluzione in grado di compensare tagli di quell’entità era la delocalizzazione verso Est: trasferendo l’attività dalla Germania, dove pagava ben oltre il 50% di tasse, all’Ungheria o alla Slovacchia, dove pagava il 19%. In Germania restava – eventualmente – la progettazione.
    E in questa “migrazione” verso l’Est europeo la Germania è partita molto avvantaggiata per ragioni sia storico-culturali che strutturali. Per le stesse ragioni (storico-culturali e strutturali) l’Italia (provinciale, sempre imperniata su se stessa, con gravi carenze in materia di conoscenza di lingue e culture/mentalità straniere) era – e continua a mio avviso ad essere – gravemente svantaggiata.
    Mi sbaglierò, ma le prospettive italiane non sono entusiasmanti: né restando nell’Euro, né uscendone…

  8. Il deficit più grave che abbiamo oggi in Europa è il deficit di ideali e di volontà. In «Alla ricerca del tempo perduto» si trova scritto che: «Il solo vero viaggio… è avere altri occhi». Non dobbiamo perdere altro tempo. (Giulio Tremonti).

    Ancora retorica? Preferivo il Tremonti che proponeva i dazi nell’area UE vs i paesi extraeuropei o gli eurobond. Era concreto o, se preferite, un economista.

    Tornado all’Italia, sono decisamente pessimista e ribadisco quelli che sono a mio avviso i punti che ci hanno portato a questo livello nel corso degli anni:

    1. La divisione economica Nord-Sud, mai risolta.

    2. Un assistenzialismo statale voluto sia dalla DC al Sud sia dal PCI al Nord (l’idea di enti nazionalizzati il cui scopo non era fornire servizi a basso costo, ma occupare più persone possibile, prepensionamenti selvaggi e quant’altro). Aiuti indiscriminati alle grandi imprese e, nel contempo, il massacro del ceto medio (autonomi e piccole imprese) che in Italia non inizia con i governi di sinistra, ma con Craxi.

    3. Una burocrazia inefficiente e corrotta nata sempre dall’esigenza di trovare posti ad amici ed amici degli amici (sia al Nord che al Sud). Burocrazia più complessa significa più enti, più uffici e più persone che possono intascare quattrini (sia a destra che a sinistra).

    4. Un afflusso di milioni di immigrati in un paese (o area UE) che sfiora il 10% di disoccupazione. Questo significherà aumento della disoccupazione diretta (extracomunitari senza

    A me, il patatrac sembra inevitabile anche perchè è evidente che quando il Titanic affonderà, i responsabili si salveranno con l’elicottero.

  9. Pardon…mi è partito il messaggio mentre completavo il punto quattro…

    4. Un afflusso di milioni di immigrati in un paese (o area UE) che sfiora il 10% di disoccupazione. Questo significherà aumento della disoccupazione diretta (extracomunitari disoccupati9 e indiretti (italiani sostituiti da extracomunitari più a buon prezzo). Quindi aumento dei costi sociali (sanità, ad esempio) senza un corrispettivo aumento delle entrate.

  10. Se si esce dall’euro si fa la fine dell’Argentina.

  11. @ alfio200

    I problemi nord-sud – o meglio: la realtà storico-culturale ed economica del sud, con tutte le componenti atavico-clientelari che la caratterizzano – sono certamente la causa principale del disastro “Italia”. Ma non saprei come questi problemi possano essere risolti: ogni tentativo (ad esempio, in primis: un vero federalismo fiscale) porterebbe inevitabilmente ad una guerra civile (vedasi – pur con tutte le differenze – la secessione sloveno-croata).
    Il tutto mi sembra sia stato definitivamente aggravato dai trapianti di realtà meridionali nel tessuto ancora relativamente incontaminto dell’Italia settentrionale degli Anni ‘50.
    E’ come per il cancro: quando va in metastasi…
    Se poi – in una situazione già pesantemente compromessa – si decide di dare accoglienza a milioni di disperati in gran parte analfabeti e non integrabili…
    Viene veramente da pensare al suicidio collettivo degli ultimi resti, ormai putrescenti, dell’Impero romano d’occidente.

  12. @ schwefelwolf:
    posso concordare con la tua analisi storica, ma non con le tue conclusioni,che, permettimi sono molto fataliste.
    Praticamenti ammetti che l’attuale status quo è irrisolvibile e che siamo destinati al fallimento, in altre parole arrivi alle mie conclusioni con l’unica differenza che io suggerisco che dobbiamo reagire.
    Anche Tremonti dice che bisogna avere una “vision” diversa e se anche il suo articolo è condizionato dal fatto di essere un ministro europeo (può dire e…non può dire), suggerisce, se non altro, una possibile via di fuga. Quello di cui sono sicuro è che la Merkel e Sarkozy non sono d’accordo!!!!
    Prendi ad esempio il fatto di non volere utilizzare l’intervento del FMI (in cui tutti abbiamo già messo una barca di soldi), solo perchè, per ragioni elettorali, Sarkozy si rifiuta di utilizzarlo e propone invece di costituire un altro fondo targato Europa, ma nel frattempo rimane uno strenuo difensore dell’attuale status quo.
    La tua lettura storica dal dopoguerra ad oggi è condivisibile, ma credo che sia più importante cercare di evitare che fra venti anni si faccia un’altra lettura storica sul fallimento definitivo dell’Italia.
    Perdonami l’eccesso di foga, ma per natura e per cultura non riesco ad essere fatalista.

  13. inefficienza, carrozzoni statali, clientelismo… cosa cambia, che si indebita lo stato al posto che i privati cittadini?
    siam sempre li… gli stati con basso debito pubblico hanno elevatissimo debito privato, e viceversa. A sto punto preferisco che sia lo stato a indebitarsi per distribuire i soldi, dal basso verso l’alto, e non come succede negli altri paesi, dove il debito si trasforma in denaro dall’alto verso il basso, in nome dell’efficienza. :-)

  14. @ paolo41

    Ti invidio, veramente…
    Vorrei però, a mia volta, correggerti: non sono fatalista, ma solo molto (ma veramente molto)pessimista. Soprattutto per quanto concerne l’Italia.
    Diciamo che un’analisi anche solo “recente” (dal dopoguerra ad oggi, lasciando quindi stare la lunga tradizione di inadeguatezza, pressapochismo, corruzione e buffoneria che ha accompagnato l’”Italia” dalla sua nascita savoiarda alla farsa mussoliniana) vede all’attivo solo una (fortunatamente notevole) quantità di prestazioni individuali: tutte realizzate NONOSTANTE il peso di uno “stato” borbonico iperparassitario e la sostanziale assenza di strutture funzionanti.
    Il “passivo” (che va dalla desolante situazione della formazione professionale all’immenso spreco di risorse pubbliche, e via cosí, fino ai fatti episodici come l’incredibile incapacità di stendere liste elettorali o l’altrettanto incredibile “capacità” di realizzare ospedali civici non accatastati) potrebbe riempire enciclopedie – invece di riempire, come dovrebbe, le carceri (che peraltro nessuno costruisce…)
    Questa “Italia repubblicana” è uno “stato macchietta” nato all’ombra di una guerra all’italiana (prima persa davvero e poi mezza vinta per finta), uno stato partorito per metà dalla “amministrazione fiduciaria” della logistica americana ad opera della re-importata mafia nel 1943, e per l’altra metà dalle appropriazioni indebite di una buona parte dei “Combattenti per la Libertà”, finalmente scesi dalle montagne al seguito dei vincitori.
    Date le premesse, la cosa non poteva svilupparsi altrimenti – e anche l’attuale classe politica non è che l’ennesima riciclata della vecchia ammucchiata. Dai primi scandali degli Anni ‘50 alla routine dell’attuale marasma corruttivo non si registrano soluzioni di continuità: è una catena ininterrotta.
    Impossibile quantificare anche solo approssimativamente il totale dei furti, delle truffe ai danni dello stato e – soprattutto – del trasferimento di risorse al Sud (ovviamente via Roma) avvenuto in questi ultimi 60 anni: un immenso pozzo senza fondo, un “buco nero” che ha ingoiato milioni di miliardi di lire – senza la benché minima traccia di sviluppo, di progresso.
    L’unico risultato concreto, dopo sessant’anni di Repubblica, è un debito pubblico da record, accompagnato da un ritardo infrastrutturale da far paura e da un apparato statale ipertrofico. E con un Mezzogiorno che vive al 90% o di assistenza pubblica o di criminalità organizzata. E come se tutto ciò non fosse avvenuto, si continua a sentire che è “finalmente ora” di fare qualcosa per lo sviluppo del Sud. E’ vero – si dice – purtroppo in passato si sono fatti molti errori, ma adesso … E via un’altra bordata di miliardi!
    Applicando criteri federalistici di tipo tedesco (per non dire svizzero) penso che regioni come Campania e Calabria perderebbero – ad oggi – ogni diritto a conguagli finanziari, non essendo esse evidentemente in grado di presentare un bilancio capace di superare l’esame di un revisore di conti. Quindi un “federalismo fiscale” di tipo tedesco non sarebbe (né sarà) possibile: quindi lo si farà, ancora una volta, all’”italiana” – con tanto bel fumo e niente arrosto.
    Conseguenza: se il Nord continuerà a generare abbastanza “alimenti” per il Sud, e se continuerà a farlo, si manterrà (probabilmente) lo status quo.
    Nel momento in cui questo sostegno dovesse venire – per una ragione o per l’altra (crisi economica, federalismo fiscale vero, o altro) – a mancare e si verificasse quindi il collasso del sistema assistenzialistico-clientelare che tiene in vita il Mezzogiorno, penso che la situazione del Sud diventerebbe drammatica: i milioni di “assistiti” si ritroverebbero letteralmente privi di sostentamento. E cosa farebbero?
    Certo, tutto si può fare – ed è certamente giusto lottare per affrontare e superare i problemi. Ma francamente non vedo, in Italia, qualcuno disposto ad affrontare con la necessaria determinazione questa problematica. Almeno per il momento…

  15. @schwefelwolf

    Ottima l’analisi della situazione tedesca dal dopoguerra a oggi.

    Vedo che sull’Italia condividiamo un pessimismo non assoluto e, in particolare, poniamo l’accento sul problema Sud che, per estensione, potremmo chiamare Italia unita o divisa.

    Personalmente (e sono curioso di sapere la tua opinione, oltre a quella degli altri), ritengo la secessione inevitabile e penso anche che sia la soluzione (o almeno una parte considerevole in merito) dei problemi italiani.

    Un Nord senza Sud e magari ben governato (prospettiva al momento utopistica quanto e forse più della secessione) potrebbe anche diventare una piccola potenza, mentre il Sud, fuori dall’euro, con una manodopera a basso costo e una mafia depotenziata per mancanza di assistenzialimo e grandi appalti (pagati dallo stato), potrebbe anche svilupparsi con investimenti esteri.

    Questo, a mio avviso, pone un altro problema: chi ha interesse a volere un’Italia unita e chi ha interesse a volerla divisa?

    Faccio una piccola premessa. Il luogo comune è che la Lega Nord sia un partito che dal niente è arrivato alle stanze del potere grazie alla militanza e al volantinaggio. Non raccontiamo barzellette! Nessuno arriva al potere in quel modo. Servono finanziamenti, spazi sui maggiori quotidiani e tanta televisione. La Lega ha avuto tutto questo fin da subito. Basta fare un paragone, ad esempio, con Forza Nuova, partito a sua volta di militanza e pure ben presente sul territorio, per vedere che con il volantinaggio e i militanti non arrivi neanche allo 0,1% dei consensi. Quindi…dietro la lega ci sono delle “forze” che vogliono qualcosa. Che cosa e perchè? Le risposte sono due: la secessione o il caos.

    E allora…chi vorrebbe un’Italia sempre unita e malgovernata?

    Tutti quelli che vedono in un Nord che marcia a pieno regime un forte concorrente per le esportazioni (cioè tutti paesi industrializzati).

    Chi vuole portare l’Italia al collasso per trarne vantaggio (svendite di imprese e strutture).

    Chi potrebbe volere un’Italia divisa?

    Sicuramente e assolutamente le imprese del Nord che vedrebbero le loro tasse dimezzarsi e fiorire infrastrutture che migliorerebbero la loro competitività.

    Forse alcune frange euopeiste convinte che vorrebbero un Italia del Nord (affacciata sul Mediterraneo) competitiva e non più ventre molle dell’Europa per una UE sempre più forte (ripeto…ho detto europeisti convinti).

    Gli USA che vorrebbero appropiarsi in qualche modo del Sud diviso dal Nord (magari con un’invasione pacifica per “salvaguardare la democrazia” in un’Italia devastata dalla guerra civile…eh, sì…anche tu non escludi questa possibilità) per trasformarlo in uno staterello di tipo sudamericano al centro del Mediterraneo e con un bel po’ di basi USA sul territorio (per loro, una vera ghiottoneria). Conoscendo gli Stati Uniti, per giunta sempre più deboli e quindi sempre più pericolosi e aggressivi, sembra un’ipotesi tutt’altro che improbabile.

  16. @ Mattachiuz

    Dal punto di vista macro-economico (del quale però capisco poco o nulla) può probabilmente essere indifferente, se a indebitarsi è lo Stato, l’impresa o il privato. Per me, che in privato posso risparmiare, la differenza è essenziale: perché sul pubblico non ho, di fatto, alcuna possibilità di intervento, di autodifesa (a meno di non espatriare).
    Il tutto sarebbe, in effetti, quasi indifferente se solo lo Stato usasse i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini (o presi a prestito a loro nome) per offrire ai cittadini stessi quei servizi che questi dovrebbero, altrimenti, pagare profumatamente. Oppure per garantire agli stessi cittadini un futuro migliore (leggi: investimenti). Pensiamo quindi allo Stato sociale tipo Svezia: forti tasse, certo – ma amministrazione sana, ottime scuole, ottimo servizio sanitario e cosí via…
    L’indebitamento dello Stato (cioè quello sottoscritto dai suoi amministratori a nome del popolo) non dovrebbe però essermi indifferente nel momento in cui il debito non è finalizzato ad un investimento produttivo o ad una prestazione socialmente proficua, bensí solo all’acquisto (con l’assistenzialismo) dei voti che permettono loro di restare al potere e continuare il “giro” fino ad indebitare anche i nipoti dei propri pronipoti…
    Sbaglio?

    @ Alfio200
    Chi puó volere un’Italia divisa?
    Penso, in realtà, solo una (crescente) parte degli italiani del Nord (e forse qualche sardo).
    A chi potrebbe servire? Alla fine, probabilmente a tutti – in primis però agli italiani del Nord.

    Per quanto concerne la Lega, anch’io non credo si possa spiegarne il successo solo con la militanza degli aderenti… (vedi Forza Nuova). Non vedo però neanche ragioni “complesse” o misteriose…
    In realtà il successo della Lega mi sembra ancorato alla “risonanza” (nel senso scientifico, fisico-acustico del termine) che il suo messaggio trova negli animi della popolazione cui si rivolge.
    La Lega – piaccia o meno ai suoi avversari – ha dato una voce a centinaia di migliaia, a milioni di persone che si erano viste “spinte da parte”, a casa propria, nel nome di interessi che non sentivano e spesso neanche conoscevano.
    Penso alla tanta gente di paese – o di periferia – che negli Anni ‘60 si è vista trasformare il paesaggio dai “casermoni”, costruiti con chissà quali autorizzazioni, per accogliere l’immigrazione dal sud che portava, oltre a tanta mano d’opera per l’industria, anche molta maleducazione, schiamazzi, sopprusi, teppismo, furti e cosí via. Chi ha superato i sessant’anni, ed ha vissuto la realtà dei paesi e delle città del Nord-Italia in quel periodo, non può non ricordare quelle situazioni… né come si sono evolute.
    Penso anche alle tante piccole imprese che si sono viste soffocare, tagliate fuori dalla concorrenza dei “tangentisti”, dai “furbi”, da quelli che “conoscevano” la gente giusta nell’”apparato”, da quelli che ricevevano autorizzazioni altrimenti impensabili…
    Penso alle persone che, mentre ricostruivano a proprie spese il Friuli in sostanziale assenza dello Stato ma con il forte aiuto del volontariato alpino, pensavano alle decine di migliaia di miliardi rovesciati sull’Irpinia…
    Penso alle persone che, mentre si facevano ore di colonna in strada, o in tangenziale a Milano, pensavano alle autostrade semicostruite e lasciate a metà, in Sicilia, pagate proprio con i soldi dei contribuenti di quelle 3-4 regioni del Nord che producevano il 75% del PIL e che si facevano tutti i giorni qualche ora in colonna.
    Penso a quando si andava in “Comune” e si aveva la sensazione di essere sudditi di un qualche “barone” meridionale, trattati dall’alto in basso da un probabile “raccomandato” di cui qualche volta non si capivano neanche le parole. E si era diventati stranieri a casa propria.

    Aver avuto il coraggio di dare voce a tutte quelle persone è stata, secondo me, la “ricetta” vincente della Lega: niente di piú – ma neanche di meno.
    Personalmente, ritengo che se la Lega saprà restare coerente e fedele a questa sua missione (ma qualche volta mi assale qualche dubbio) continuerà ad ampliare il suo successo nel Nord-Italia (Emilia-Romagna compresa) e finirà per conquistarne il controllo regionale.
    In questo caso – presupposto ammesso, ma non necessariamente concesso, che la Lega non si lasci sedurre dal potere romano – temo che il resto d’Italia (centro-sud) non abbia il buonsenso di accettare, con i relativi inevitabili sacrifici, una vera soluzione federale. Temo anzi che, anche volendolo, non sappia come affrontarla e quindi si inventi di tutto, in nome di una presunta “solidarietà”, per mantenere con qualche modesta modifica formale la situazione attuale.
    Si tenterà, probabilmente, un’ennesima “furbata” romano-centrica.
    E lí ci sarà da vedere…

  17. Dream, complimenti a te per la provocazione di questa lettera e a Paolo41 per avere avuto l’ “ardire” di pensarla e poi di scriverla.

    Complimenti anche all’intervento numero 8. di schwefelwolf che mi trova COMPLETAMENTE d’accordo.

    Confesso che l’ultima cosa fatta in ufficio oggi è stata quella di copiare/incollare e stampare l’intervento di Paolo41. Nelle 4 fermate di trenino che mi separano da casa il prurito ai polpastrelli e la voglia di replicare crescevano.

    Dirò fin dall’inizio che sono abbastanza d’accordo con l’analisi di Paolo41 ma la soluzione da lui prospettata non mi trova per nulla in sintonia. E non perché consideri l’EURO un dogma a cui credere e a cui non rinunciare a qualunque costo ma perché penso che si sottovalutino le implicazioni di un’uscita e le sue drammatiche conseguenze.

    Dissento poi anche sull’indulgenza con cui Paolo41 sembra tratteggiare i mediterranei del Sud Europa per fare anche da contraltare con la cattiveria e perfidia orientata al profitto e al dominio dei più deboli con cui vengono dipinti i malefici franco-tedeschi…
    …la qual cosa un po’ mi fa preoccupare perché la crisi degli anni ’30 – certamente sotto ben altre condizioni – sfociò poi alla fine del decennio nella Seconda Guerra Mondiale, trovando però talvolta anche un fertile humus e un consenso popolare al conflitto nato anche da questo tipo di rivalse (in quel caso i tedeschi di Weimar umiliati, frustrati e piegati dagli oneri post Prima Guerra).

    Ma procedo per gradi.

    La Moneta Unica nel suo percorso dallo SME all’EURO presuppone e presupponeva – a completamento dell’architettura istituzionale – anche la creazione, accanto ad una Autorità Monetaria Centrale (la BCE) di una seconda gamba che avrebbe dovuto corrispondere a un Parlamento Europeo capace di tassare molto di più del livello attuale (poco più del 2% del PIL UE, speso peraltro per un buon 2% in PAC, Politica Agricola Comune, banalmente sussidi ai contadini che – privi di dazi e barriere – non riuscirebbero a tenere botta alla concorrenza dei Paesi in via di Sviluppo ma che al tempo stesso mantengono con le loro coltivazioni il territorio, opera altrimenti assai impegnativa e costosa per la collettività tutta).

    L’Europa così com’è dunque è indubbiamente una creature zoppa. Accanto a una politica monetaria si sarebbe dovuto avere si dovrebbe avere una seconda gamba: un Parlamento Europeo cioè capace di tassare in maniera più consistente e di spendere in maniera corrispondente. Si può poi discutire sull’utilità dell’attuale Parlamento Europeo, sui suoi costi sul suoo pletorico staff e sui relativi costi ma sia per ordine di grandezza (peserà uno 0.1% del PIL ? Forse nemmeno…) che per competenza non è questo – secondo me- il cuore del problema.

    Il progetto di una Unione Europea completa prevede(rebbe) o avrebbe previsto la devoluzione di poteri in materia fiscale dai Parlamenti Nazionali a quello di Strasburgo e questo processo non è / sarebbe stato così lineare e facile, ovviamente – ammesso che esistesse o esista una volontà popolare e un sentimento di appartenenza europeo.
    In fasi di crisi come queste, poi, impostare un simile processo richiederebbe molto coraggio, tanto sangue freddo e un po’ di insana pazzia.
    Lunghi tempi dunque prima di vedere una Fed e un Senato Federale / Parlamento europeo sulla falsariga americana…sempre che la Casa Comune non collassi appunto prima o non si ridimensioni per ambizioni e aspirazioni.

    Ciò detto vado alla critica principale dell’intervento di Paolo41, senza dimenticare che un Paese a così alto debito pubblico come l’Italia, sganciata dalla zona Euro e dai benefici che dobbiamo essenzialmente a Francia e Germania (fino all’altro ieri assai più virtuose, affidabili e politicamente stabili dell’Italia), avrebbe già capottato e vivrebbe una situazione di caos finanziario, fiscale e monetario inimmaginabile (o forse non tanto inimmaginabile…si veda a titolo di esempio la “povera” Islanda).

    E certo che gli americani ci guardano un po’ come dei marziani, il nostro è un esperimento se vogliamo assai sfidante quanto bizzarro, ma da parte loro c’è anche – a mio avviso – il desiderio latente di vedere in fondo fallire il tentativo di creare una valuta di importanza vicina a quella americana anche se non paragonabile al dollaro. Desiderio grosso modo condiviso con lo U.K., rimasto fuori dall’Euro sia per queste ragioni politiche, sono la portaerei americana in Europa, pronti a mentire sulla supposta presenza di armi di sterminio di massa dell’Iraq pur di giustificarne la guerra… sia perché il loro ciclo economico era ed è sfasato rispetto a quello europeo continentale per cui la politica BCE poteva andare maggiormente contro il loro ciclo economico + l’arma della svalutazione, nel loro caso si!, quando ancora i loro conti pubblici erano ben più sani dei nostri.
    Un’Europa divisa è più debole e politicamente ma anche economicamente più manovrabile per gli USA fa comodo a Washington, specie in uno scacchiere in cui si stanno creando grandi macro-aree semi autonome e autosufficienti (Eurasia con l’inclusione della Russia e l’importantissime fonti energetiche al punto da fere patti con lo zar Putin….), Nafta – e un domani magari anche Sudamerica – con qualche proiezione sul Pacifico e infine Asia, con il Giappone a fare da cerniera o ponte tra USA e Sud-Est.

    Paolo41 dice: “Usciamo dall’EURO”.
    Vorrei far notare che questo corrisponde a un implicito “default”.
    Gli Stati, infatti, non onorano i propri debiti in 2 modi:

    o alzano le mani e dicono “Non posso pagare (in tutto o in parte) i miei debiti”

    oppure

    generano inflazione (in questo caso via svalutazione-sganciamento dall’EURO)

    La domanda è se ci rendiamo conto di cosa vorrebbe dire questo, quali conseguenze e quale macelleria sociale porterebbe. E si badi, non sono contraccolpi che si assorbirebbero in qualche trimestre ma – probabilmente in un quadriennio – prima di assestarsi su un nuovo equilibrio a livelli ben più bassi di quelli di partenza (si veda il caso e i dati relativi all’Argentina del 2001e anni successivi).
    Penso che prendere decisioni simili sia anche politicamente impopolare per qualsiasi Governo democratico, a meno di un palese autolesionismo dell’esecutivo e di chi lo sostiene; se non costretti dal precipitare degli eventi, è quindi un’ipotesi scongiurabile.

    Ma ammettendo che questo scenario, vera ultima spiaggia da evitare fino a che possibile (per reazioni a catena che proverò a illustrare brevemente), si dovesse verificare cosa succederebbe ?

    Se uscissimo dall’area EURO e tornassimo a una nostra valuta nazionale, il giorno dopo avremmo la nuova ‘currency’ che chiamerò ITALA che dovrà essere svalutata del 20%-30% (dico un numero plausibile per recuperare ‘overnight’ la competitività persa dall’introduzione dell’EURO nei confronti dei tedeschi, principale partner commerciale dell’Italia).

    Bene, benissimo, hurrah! Tanto per cominciare il potere di acquisto degli italiani nel mondo (vs. tutte le altre currency) diminuirebbe dell’equivalente 20%-30% con il risultato che i viaggi, soggiorni e vacanze oltre confine costerebbero un discreto gruzzolo in più…poco male si dirà, vacanze autarchiche sono quello che servono anche per stimolare la domanda interna e favorire il tessuto dell’economia locale. C’è un po’ di ritorno al Medioevo …a questo punto non facciamo nemmanco viaggi e stabiliamo luoghi di villeggiatura non più lontani di 50 chilometri per foraggiare l’economia locale e per non bruciare troppi derivati del petrolio e il nostro circondario ne beneficerà ulteriormente. Dico per scherzare e provocare, ma fino a un certo punto…

    Certo anche le merci comincerebbero a costare di più e siccome il grosso dei commerci internazionali gli Stati Europei se li fanno fra di loro (l’import/export con Asia e U.S.A. pesano per il momento ancora meno degli scambi intra-europei) l’inflazione andrebbe immediatamente (qualche mese ? forse meno) a doppia cifra rasentando proprio quel 20%-30% di svalutazione. I salari e le tariffe (liberi professionisti e affini), anche se più rigidi, cercherebbero di adeguarsi (rivendicazioni sindacali, scioperi, gente per le strade, caos) – magari non completamente ma quasi al prio rinnovo contrattuale, in un probabile contesto di incertezza e quindi di caos nella programmazione, negli investimenti, nella domanda (consumi) e – in ultimo – nella maggiore disoccupazione.
    Insomma, “Back to square one”, come dicono gli anglo-sassoni… si tornerebbe indietro alla casella di partenza, quindi …o non proprio lontani da essa. Immaginiamo per milioni di pensionati e lavoratori dipendenti (il cui salario “fisso” verrebbe almeno parzialmente mangiato da questa ondata inflativa) cosa vorrebbe dire questo. Ok, si obietterà, ma negli anni ’70 e per buona parte degli anni ’80 come si faceva a vivere con tassi di inflazione a doppia cifra ? E’ vero, ma era un Paese demograficamente più giovane, con una partecipazione al lavoro più alta per numero di pensionati e SOPRATTUTTO con un’altra propensione a fare del Debito Pubblico (esploso nel periodo di Governo del CAF) e a monetizzarlo (o meglio a costringere la Banca d’Italia a monetizzarlo)… ciò significherebbe ricascare esattamente nel circolo vizioso di inflazione, stampa, debito e svalutazioni competitive che nel 1992 ci portò sull’orlo del baratro (il Primo Ministro di allora, il socialista Giuliano Amato, tassò DAL GIORNO ALLA NOTTE allo 0.6% le giacenze in conto corrente perché non c’erano soldi in cassa!!) varando una finanziaria da 50 miliardi di euro (l’ultima passata l’anno scorso è da una decina di miliardi, a titolo di paragone) o 100.000 miliardi di lire.

    Ma quella del disordine sociale e dei prezzi sarebbe il male “minore” sul breve…pensiamo al nostro debito pubblico, detenuto per un 50% del suo stock all’estero…il giorno successivo allo switch dall’EURO a ITALA avremmo investitori istituzionali internazionali con perdite del 20-30% sul proprio credito (per loro è infatti un credito vantato verso lo Stato Italiano) che – ovviamente- cominceranno a rovesciare non solo la Carta Pubblica ma anche molti dei bond delle aziende italiane. I tassi di interesse si impennerebbero aprendo spread enormi contro i titoli rimasti invece nell’Area Euro (si veda già a cosa tradavano i bond greci fino a settimana scorsa per capirci) facendo salire il costo di finanziamento del debito italiano e di quello delle società italiane. Good luck!, specie per quelle più indebitate di imprese…

    Se poi pensiamo a cosa ha provocato “soltanto” il crack della Lehman, proviamo a immaginare quale sconquassi potrebbero generarsi sui mercati – e in particolare sulle banche che hanno a che fare con l’Italia e che possiedono titoli denominati “voilà” in fiammanti banconote ITALA – banche italiane in primis, ovviamente… ecco che forse gli interventi a salvaguardia del nostro sistema bancario nazionale, per fortuna finora limitati in questo biennio, ripagherebbero ampiamente e con gli interessi (è il caso di dirlo, trattandosi di banche!) i vantaggi competitivi della svalutazione.

    Immaginiamo per un attimo il danno d’immagine e REPUTAZIONALE dell’Italia, già – giustamente – non famosa per essere una Nazione troppo affidabile e ordinata in tema di Finanze Pubbliche. L’enorme flusso finanziario in uscita dall’Italia necessiterebbe anni di sacrifici e di impegni per ricostruire un minimo di fiducia negli investitori stranieri, al punto che non solo gli investimenti finanziari ma anche quelli fisici, aziende e capannoni e macchinari a capitale straniero (i FDI – Foreign Direct Investment) latiterebbero per qualche anno o anche più (qualcuno sarcasticamente potrà pensare: “Perchè, ora cosa fanno?” e in effetti non troverei molto da eccepire su quest’ultimo punto…).

    In sei mesi probabilmente lo scenario del Paese sarebbe quello di un paesaggio devastato da uno tsunami. Di converso fare shopping di aziende italiane – quelle poche grandi buone rimaste e le più numerose medio/piccole rimaste – per tedeschi e francesi sarebbe in un paio d’anni e a situazione mediamente stabilizzata, una vera occasione a prezzi di saldo.
    Il problema della “colonizzazione” o dell’ ”invasione” – virgoletto queste parole perché per me hanno un senso traslato e indebolito o depotenziato rispetto al significato originale – che volevamo far uscire dalla porta rientrerebbe dalla finestra.

    Certo, l’export – specie quello verso i Paesi europei (ed è, come ricordato, il più consistente) – aumenterebbe e ruberebbe quote di mercato alle aziende occidentali concorrenti ma, si badi bene, in misura non proporzionale ai danni provocati nel giro di una settimana dalla svalutazione. In giro per il mondo ricco e sviluppato, infatti, non si vede tutta questa matta voglia di spendere e la domanda interna dei nostri competitor non sembra così in salute come in India o in Cina (drogata), per fare un esempio.

    Aggiungo una considerazione a margine che c’entra relativamente: una volta che l’Italia avesse fatto una mossa del genere (noi first mover, furbi, agili e scattanti), cosa costerebbe agli altri Stati fare altrettanto? Penso alla Spagna, al Portogallo, alla Grecia, all’Irlanda ma anche – perché no ? – alla Francia e alla Germania…
    Come, direte voi ? Beh, lasciando svalutare una moneta, stampando e monetizzando deficit che – loro si – possono permettersi finanziandosi a tassi più bassi dei nostri avendo quel capitale intagibile che è la Reputazione e la Fiducia conquistata nei decenni e quello stock di debito pubblico che rimane assai minore del nostro in rapporto al PIL.

    Attenzione perché anche il tema dei dazi e della svalutazioni competitive a ripetizione è stata la via tentata dagli Stati negli Anni ’30 (politiche cosiddette di “beggar-thy-neighbor devaluation”), con il risultato di prolungare la crisi e di contribuire così a generare quel mostruoso conflitto mondiale che rase al suolo l’Europa.

    Purtroppo l’Italia è vaso di coccio tra vasi relativamente più forti e questo nelle contrattazioni politiche certamente pesa in sede di discussione UE. Cheechè qualcuno voglia far credere che il prestigio e l’importanza dell’Italia negli ultimi 2 anni sono aumentati in maniera incredibile, rimaniamo un Paese grande e importante per la popolosità e il peso nell’Unione ma per molti versi “periferico”.
    Dobbiamo ringraziare gli anni dissennati della Finanza Pubblica allegra – i 70 e gli 80 essenzialmente – quelli dell’inflazione e del debito galoppanti, appunto e delle svalutazioni competitive, “avanti la prossima!, venghino venghino siore e siori”.

    Ma anche la poca lungimiranza di una classe dirigente, politica, imprenditoriale e in misura minore sindacale (per quest’ultima parlo degli ultimi 10-15 anni, discorso diverso per i dissennati 70s), che ha sempre avuto uno sguardo miope e di breve periodo, sintonizzata su una lunghezza d’onda (svalutazioni competitive e inflazione) che non è stato – io dico grazie al cielo – più disponibile con l’entrata nell’EURO.

    I tedeschi – ancora più dei francesi, più avvezzi a questo sistema virtuoso che tramite il marco e al loro economia fatta di stabilità, di qualità produttiva, di presenza in settori ad alto valore aggiunto, di politica industriale li aveva risollevati dagli orrori e dalla miseria della Seconda Guerra Mondiale hanno duramente lavorato dall’introduzione dell’EURO per mantenere alta la loro competitività su scala globale, investendo in scuola, ricerca, formazione, tecnologia e in concertazione (quest’ultima in Italia ha funzionato per i pochi anni dell’emergenza e solo con determinati colori politici al governo) fattore che ha contenuto NOTEVOLMENTE la dinamica salariale, anche a volte per via di quella sorta di pistola puntata alla tempia di sindacati e lavoratori che era ed è il trasferimento di stabilimenti in Rep. Ceca o in Polonia, a dirla tutta…

    I tedeschi, insomma, hanno fatto sacrifici per 10 anni almeno mentre noi e i greci, magari inconsapevolmente “cicaleggiavamo”.

    Ma perché un cittadino tedesco, per quanto brutto, cattivo e orientato unicamente al profitto dovrebbe lavorare 68 anni affinché un greco possa andare bellamente in pensione a 63 anni ?

    Insomma, ci piace avere i tassi bassi dei tedeschi e i loro salari senza essere presenti nei settori dove i tedeschi sono forti (più alto valore aggiunto, con maggiore produttività del lavoro e che quindi garantiscono più alti stipendi medi) perché hanno lavorato sodo per decenni.

    In poche parole credo che i salari italiani, greci e spagnoli dovrebbero essere un 15-20% più bassi di quelli tedeschi. Questa è – purtroppo – la via obbligata per uscire ALL’INTERNO DELLUNIONE MONETARIA dalla crisi, non avendo noi margini di manovra esagerati sul fronte fiscale (leggi ridurre le tasse o aumentare la Spesa o tutte e due le cose, quindi fare deficit…con buona pace di “Meno Tasse per Tutti” Nota Bene: questa non è una novità, la nostra situazione in termini di % Debito su PIL era la stessa nel 1994…)

    Sacrifici dovremo fare. Qualcuno obietterà che al Sud il costo della vita è più basso…condivido, al Sud -25% – 30% rispetto ai salari di adesso. Non ci sono scorciatoie per ritrovare competitività, quella della svalutazione è una scorciatoia assai pericolosa più dannosa che altro a mio avviso. Noi italiani siamo già da 15 anni in stagnazione per via del debito pubblico accumulato nel ventennio 70-80 e ora ci becchiamo pure la recessione mondiale che penso sia una sorta di Giapponesizzazione del Mondo Occidentale (se non una Grande Depressione II), è chiaro che comunque vada dovremo soffrire di più. E con noi i Paesi “cicala” Grecia e Spagna più Irlanda (tecnicamente fallita).

    Nonostante al nostro Presidente del Consiglio non piaccia la parola “sacrifici” così come “crisi” e “recessione” questa è a realtà con cui dovremo fare i conti negli anni Dieci.
    Se non a lui, il lavoro sporco toccherà al suo successore, di qualunque colore egli o ella sia.

    Certo, la tenuta politica di una costruzione fragile come l’Europa è a rischio, così come quella di una fragile entità statale come quella italiana, dominata da una corruzione e da una illegalità endemiche, in misura maggiore al Sud ma anche al Centro e al Nord.

    Altro capitolo. l’assenza di una politica industriale: è vero quello che scrive Paolo41, ci mancano grosse imprese, che poi sono quelle che hanno una ‘vision’ di più lungo termine, che fanno ricerca (anche di base, benché sempre meno), che possono facilmente accedere a nuovi mercati, che hanno il polso della situazione, che colgono i trend prima perché sono termometri esposti alle varie temperature dei Cinque Continenti. Aggiungo io che le poche grandi imprese che ci sono – escludendo quelle a Partecipazione e controllo Statali – spesso operano in situazione di monopolio, semimonopolio, oligopolio oppure timbrano bollette (telefonia, utilities, autostrade) e quindi sonno business regolati, in cui è abbastanza facile fare profitti e non ci vuole un genio di imprenditore per portarle avanti o particolari skills tecniche non replicabili o esportabili. In più- tramite le concessioni pubbliche – dipendono da Papà Stato, che in Italia non è mai dispiaciuto a nessuna famiglia del capitalismo nostrano (altro limite esagerato il familismo e il provincialismo che ha impedito la crescita dimensionale).

    Domanda: è colpa dei tedeschi o dei francesi se non abbiamo avuto una politica industriale e se dunque oggi ci ritroviamo senza chimica, senza farmaceutica (ciao Montedison per dirne una soltanto che le racchiude entrambe) che contano, senza un colosso informatico (ciao Olivetti), con i “campioni” dell’auto e della telefonia molto indebitati e quasi sicuramente destinati – specie la seconda – a finire, seppure privata della rete, in mano ad azionisti esteri?

    Certo Francia e Germania ci considerano un bel mercato di 60 milioni di persone e di consumatori, una bella fetta nello scacchiere europeo e come tale ci trattano. E certo sono e sono stati assai bravi a fare sistema Paese, più bravi dell’Italietta i cui Primi Ministri cambiavano ogni 12 mesi negli anni della Prima Repubblica in particolare (ma non solo)!

    Un altro tema è quello della Cina: ma pensiamo forse con una svalutazione del 30% di far paura alla Cina o di frenare la delocalizzazione, sottoprodotto di quella cosa che si chiama Globalizzazione e che fino a 5 anni fa – quando ci consentiva di avere un telefonino a 50 EURO anziché a 300 EUR – ci rendeva tanto felici ? In Cina dove il costo orario di un operaio è grosso modo un decimo di quello europeo? L’unico risultato sarebbe che le aziende cinesi vedrebbero ristretti un po’ i margini, trovandosi costrette a dover vendere a prezzi un po’ più bassi per far concorrenza alla svalutata ITALA. Ma non si fa nemmeno paura alla Polonia dove il costo è grosso modo un quarto di quello dell’area Euro.

    La Cina, piccola parentesi, non vuole rivalutare (ancora?) perché vedrebbe vaporizzarsi una parte di quel 1.4 trillion di USD detenuti in Treasuries americani e – forse – perché non vede ancora maturo il momento di fare crescere la domanda interna in maniera ancora più rampante aumentando il potere di acquisto dei propri cittadini (aziende cinesi ancora troppo deboli e indietro per competere con i prodotti di alta gamma occidentali ?), non certo perché vuole essere più competitiva nei confronti delle imprese italiane! Il competitor del cinese – semmai – è l’azienda thailandese vietnamita, il cui costo del lavoro e qualità del prodotto può essere non dissimile da quello del cinese.

    E di nuovo torna il tema della poca lungimiranza di una società e di una classe dirigente – quella italiana – che a tratti è assai “primitiva”: perché invece di fare scarpe, filati e magliette (anche di buona qualità, per carità ma non solo quelle!) non si è puntato molto di più – dico per citare solo alcuni settori – su Chimica, Farmaceutica, Informatica, Energie rinnovabili (la Germania ha installato pannelli solari per capacità una decina di volte la nostra…noi in mezzo al Mediterraneo, loro sul Baltico..:!!), telefonia (invece eravamo presi a depredare e indebitare Telecom Italia, non a costruire una Deutsche Telekom, una Telefonica o una Vodafone, inglese).
    Perché per una Basf, una Sanofi Synthelabo, una Air Liquide, una Merck, una Schering Plough, una Sap, una Nestlè, una Danone, una Volkswagen, una BMW, una Carrefour, una Metro, una Air France, una Lufthansa non esistono degli omologhi italiani ??!! Unica eccezione, direi, il Gruppo Unicredit, incappato però nei danni dell’est Europa (un tempo considerata la parte vincente della scommessa) e impelagato nei derivati in Italia.

    Ormai è troppo tardi corrre ai ripari, si può solo lavorare sulla difensiva, temo… il vaso di coccio rischia di essere, in termini relativi, sempre più di coccio…ma non certo per colpa di tedeschi e francesi. E’ inutile piangerci sopra ma di latte ne abbiamo versato molto nei decenni passati.

    Perché ? Forse come diceva qualcuno negli interventi precedenti perché classe dirigente e società civile erano e sono meno sviluppate, insieme al senso civico, alla cultura della legalità, del rispetto delle norme (cosa sono, infatti, i parametri di stabilità economica se non regole per rigare diritto ?!).

    La tipica scarsa lungimiranza – mi viene un esempio – si manifesta nella scelta, elettoralmente favorevole sul breve periodo ma devastante sul medio lungo termine, di favorire il traffico su gomma ai danni del più funzionale trasporto su rotaia, che certo richiede investimenti ingenti, organizzazione e ritorni a medio termine, non alle successive elezioni… ecco, tanti piccoli padroncini con i loro camioncini e tir, piccoli e grandi sono gli italiani!

    Così per le autostrade e per le loro concessioni, così per le televisioni (e relative concessioni pubbliche! Grazie Silvio!), le automobili (si ringraziano sentitamente le Altezze Reali di Casa Agnelli), la Omnitel acquistata da Vodafone e i computer dell’Olivetti prima (grazie Ing De Benedetti!) e in misura molto minore e più recente Olidata, passando per il clientelismo dell’Alitalia (alla Magliana, ai tempi d’oro, si faceva tutto tranne che lavorare…) e senza dimenticare il cartello di banche e assicurazione (sempre siano lodate…!). Intendiamoci questo consente anche qualche vantaggio per gli inclusi. Faccio un esempio: un bancario italiano sopra i 35-40 anni è pagato meglio dell’equivalente bancario europeo in quasi tutti gli stati dell’Unione.

    Come già detto, però, trovo la “soluzione” della svalutazione una facile scorciatoia che promette una presunta facile soluzione ma nasconde e porta con sé insidie ben maggiori che ci riporterebbero a un passato purtroppo già sperimentato, aggravato da un contesto globale fra i più infelici degli ultimi 70 anni.

  18. anonimocds ha scritto:

    @ Mattachiuz
    Dal punto di vista macro-economico (del quale però capisco poco o nulla) può probabilmente essere indifferente, se a indebitarsi è lo Stato, l’impresa o il privato. Per me, che in privato posso risparmiare, la differenza è essenziale: perché sul pubblico non ho, di fatto, alcuna possibilità di intervento, di autodifesa (a meno di non espatriare).
    Il tutto sarebbe, in effetti, quasi indifferente se solo lo Stato usasse i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini (o presi a prestito a loro nome) per offrire ai cittadini stessi quei servizi che questi dovrebbero, altrimenti, pagare profumatamente. Oppure per garantire agli stessi cittadini un futuro migliore (leggi: investimenti). Pensiamo quindi allo Stato sociale tipo Svezia: forti tasse, certo – ma amministrazione sana, ottime scuole, ottimo servizio sanitario e cosí via…
    L’indebitamento dello Stato (cioè quello sottoscritto dai suoi amministratori a nome del popolo) non dovrebbe però essermi indifferente nel momento in cui il debito non è finalizzato ad un investimento produttivo o ad una prestazione socialmente proficua, bensí solo all’acquisto (con l’assistenzialismo) dei voti che permettono loro di restare al potere e continuare il “giro” fino ad indebitare anche i nipoti dei propri pronipoti…
    Sbaglio?

    ma vedi… la storia del debito, come al solito, tira in ballo il nostro sistema monetario.
    Io non so se ho capito bene tutti i meccanismi, ma alcune cose, salvo qualcuno mi dimostri che non è così, mi sembrano chiare.
    Massa monetaria e velcità di circolazione della moneta!
    entrambe quantità misurabili e limitate. Ma mentre la prima, almeno a livello teorico dovrà tendere all’infinito, la velocità di scambio è evidente che avrà prima o poi una velocità asintotica, magari dipendente dalla tecnologia.
    Ora, se uno considera la formula base che lega il PIL alle quantità monetarie è:
    PIL= M*V = P*Q
    dove:
    M è la massa monetaria
    V è la sua velocità di circolazione
    P è il prezzo dei beni
    Q la quantità di essi.

    io non ho fatto economia per cui leggo queste uguaglianze come se fossero normali relazioni tra quantità :-)
    Ma se dovessi interpretarle, direi che:
    1) visto che M aumenta se qualcuno si indebita permettendo l’immissione di nuova moneta nel sistema paese
    2) visto che V aumenta se la gente semplicemente si scambia più velocemente beni o, ancora, si indebita più velocemente
    ne concludo che per incrementare il pil, prima o poi servirà un ulteriore debito. La cosa bella, è che se uno fosse un esportatore netto e volesse essere pagato con la moneta del proprio stato, dovrebbe trovare il modo di fornire gli acquirenti esteri di moneta stessa. E questo potrebbe decretare la fine della stabilità monetaria in quel paese: credo si chiami dutch deisease, pur se tecnicamente questa “malattia” è associata soprattutto all’esportazione di materie prime. MA il concetto non cambia: se vuoi moneta, devi indebitarti, e pur se vendi un sacco, e se il pil incrementa, vista la limitatezza di V, TU DEVI CONTINUARE A INDEBITARTI per avere nuova M.

    PAssiamo ora al terzo termine dell’uguaglianza P*Q,
    Questo è quello che da fastidio a te, ovvero se il livello dei prezzi P è basso e la quantità dei prodotti Q è alto , allora si vive in un paese efficiente, dove tutti lavorano a salario concorrenziale, e i prezzi sono “ai margini”. Pur essendo vero che a parità di PIL è possibile quindi avere configurazioni più o meno “economicamente” efficienti, uno stato deva barattare l’efficienza proprio con il livello salariale o con le ore lavorate.
    il concetto è in ogni caso il medesimo: se uno vuole incrementare i livelli salariali (o il numero di salari )a parità di “efficienza” e di PIL, bisogna INDEBITARSI ancora per indrodurre nuovi soldi nel sistema.
    Io non so esattamente se il mio pensiero sta economicamente in piedi, ma matematicamente le cose vanno più o meno come le ho descritte. potrei mettermi a differenziare le quantità, ma non credo avrà molto senso :-)

    Vorrei infine far notare una cosa: gli STATI UNITI di fatto sono falliti già due volte, solo che nessuno ha avuto il coraggio di opporsi alle porcate che hanno fatto.
    1) nel 1934 venne deciso di fissare l’oro a 35 dollari/oncia (c’era ancora la parità aurea tra il dollaro e l’oro, quindi aumenare il prezze dell’oro equivaleva a “raddoppiare” il valore delle riserve… )
    2) nel 1975 gli usa hanno al cotrario deciso che non ci sarebbe più stata corrispondenza tra oro e valute: semplicemente hanno ammesso che non avrebbero potuto “pagare” la moneta stampata. il che di fatto equivale ad un altro fallimento.

    La cosa che mi fa ridere tantissimo, sono tutti sti manuali scritti che esaltano efficienze e funzionalità di banche centrali e alcuni tipi di governi, la cui storia invece è caratterizzata da fallimenti su fallimenti, solo più mascherati (grazie agli eserciti) di altri.

  19. Vista l’importanza dell’argomento, verrà pubblicato quanto prima un post che riprenderà alcune improtanti considerazioni fatte fino ad ora.
    :-)

    Qeusto argomento è di un’importanza che definirei “drammatica”.
    :roll:

  20. a schwefelwolf:
    mi trovo in accordo con quanto sostieni riguardo alla situazione italiana e all’ascesa della Lega nell’intervento 17.
    Prendendo spunto dall’attenta analisi di Luca Ricolfi (ne “il sacco del nord”), il nocciolo della questione è che il divario Nord-Sud è sostanzialmente un divario di produzione, non di consumi e di tenore di vita, con il risultato che sarà difficile che le regioni più deboli del centro-sud accettino una riforma fiscale federalista che le costringa a un minor tenore di vita. La paura che “si risolva tutto in una un’ennesima “furbata” romano-centrica” sembra già delinearsi nel discorso fatto da Calderoli in merito alla possibilità – per Comuni e Province – di ricorrere anche a nuove tasse, “per particolari scopi quali la realizzazione di opere pubbliche ovvero a finanziare oneri derivanti da eventi particolari quali flussi turistici e mobilità urbana“. :(

  21. articolo di cui vorrei sottolineare sia la drammaticita’, sia la necessita’ di ridurre i salari dei GIPSI per modificare il tasso di cambio reale

    http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001596.html

  22. Grande Acds!
    Link proposto anche dal sottsocritto nei links di oggi (e ce ne sono di altri molto interessanti, buttaci un occhio se ti capita!)

    http://intermarketandmore.investireoggi.it/financial-links-10-03-2010-10403.html

  23. 23. wow!!! numero 5 (intervista a James Montier (il migliore di tutti gli strategist, direi, mai dogmatico e davvero brillante) e numero 10 ( da seguire il dibattito su un target inflattivo piu’ elevato per bruciare il debiuto e cercare di evitare la deflazione)

    la voce sulla Grecia lo avevo gia’ letto.

    GRAZIE !

  24. articolo e primo intervento di commento (dalla Francia) che conferma quanto siamo un Paese barocco, borbonico, con poco senso civico e arretrato. In una parola PRE-MODERNO

    http://generazionepropro.corriere.it/2010/03/la_scommessa_dei_nuovi_commerc.html

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